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Filoponìa, una proposta di economia politica

Nel 1933, in National Self-Sufficiency, John Maynard Keynes affidò al futuro una perplessità che conserva intatta la propria forza. Da allora sono cambiate le tecnologie, le forme del lavoro, il ruolo della finanza e perfino la consistenza del denaro. Guerre e crisi ambientali hanno modificato la scala dei problemi; la domanda di Keynes è rimasta aperta.

«Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.»

Andrea Surbone ha cercato una risposta scavando, come in una campagna archeologica, sotto le forme visibili dell’economia. Il suo scavo individua nell’accumulazione il denominatore comune di due fratture del nostro tempo: la disuguaglianza sociale e il degrado ambientale.

Ho incontrato Filoponìa leggendo Il lavoro e il valore all’epoca dei robot. Intelligenza artificiale e non-occupazione, scritto da Andrea Surbone, Dunia Astrologo e Pietro Terna e introdotto, con deliberata ironia, da Adam Smith. Surbone, ricercatore indipendente in scienze sociali, scrittore, editore ed ex viticoltore, ha lavorato per otto anni attorno al nucleo di quel libro. Ne è nata una proposta di economia politica chiamata Filoponìa, dal greco philoponía, amore della fatica o del lavoro, operosità, interpretata come vocazione civica.

Ventimila anni sotto l’accumulazione

Nella genealogia proposta da Surbone, le prime comunità umane vivevano entro il ciclo della natura: cacciatori e raccoglitori attraversavano le risorse senza poterle accumulare stabilmente. Con l’agricoltura irrompe una possibilità radicalmente diversa, sottrarre al consumo immediato una parte del prodotto e custodirla. L’abbondanza nasce come categoria mentale prima ancora che materiale.

Con essa compare anche la sua ombra. L’accumulo si proietta sul futuro, diventa debito e trasforma la previdenza in una possibile forma di dominio. Nella ricostruzione di Surbone, la scrittura compare anzitutto come tecnica contabile: fissa ciò che si deve e rende durevole l’asimmetria. La sequenza conduce dall’abbondanza all’accumulazione, quindi al debito, alla scrittura, al denaro e al capitale da accumulazione. È una genealogia del potere.

L’accumulo nasce dalla paura. Una specie che teme la fame impara a sottrarre al presente una parte del prodotto. La previdenza risponde a un futuro incerto; quando si lega al possesso e al confronto, può convertirsi in prevaricazione. Surbone chiama anomico questo passaggio: l’accumulo oltrepassa la mutualità, diventa potere e stabilisce le condizioni alle quali gli altri potranno sopravvivere.

La formica, la cicala e il ricatto

Surbone riconosce questa struttura nella favola di Esopo. La formica e la cicala rappresentano due posizioni entro il paradigma dell’accumulazione. Nel momento culminante, l’intimazione «e adesso balla!» rivolta dalla formica alla cicala affamata esprime la protervia prodotta dall’accumulo. La previdenza si è fatta potere; il potere detta le condizioni.

La tesi di Surbone investe l’intero pensiero economico contemporaneo. Capitalismo, socialismo e decrescita rimarrebbero entro lo stesso perimetro perché continuano a discutere chi debba accumulare e come distribuire ciò che viene accumulato. Il capitale può essere privato o collettivo; il meccanismo resta.

La mia esperienza nelle organizzazioni rende questa tesi meno distante di quanto possa sembrare. Si cerca spesso di «umanizzare» la gestione, rendere «sostenibile» il governo aziendale o «mettere al centro la persona». Quando criteri, incentivi e rapporti di potere rimangono immutati, il linguaggio agisce come una tappezzeria. Si mette un cuscino sulla sedia scomoda, ma la sedia resta quella.

Una logica antica dentro tecnologie nuove

Osservata da questa prospettiva, anche l’intelligenza artificiale generativa perde parte della propria apparente novità. Negli usi economici che mirano soprattutto a estrarre valore dal lavoro umano, comprimerne i tempi e concentrarne i rendimenti, essa può servire una logica antica. Cambia l’efficienza della compressione; la direzione del flusso può restare identica.

Filoponìa prova a intervenire su quella direzione mediante due innovazioni collegate. La prima è il capitale diffuso, che estende a tutti la virtualità del denaro già prodotta dalla finanza e, nel modello, rende superflui debito e tassazione. La seconda sposta il limite dall’economia all’ambiente. Il denaro cessa di stabilire ciò che è possibile; il vincolo insormontabile diventa la quantità di risorse che la Terra può offrire e rigenerare.

«La società libera dall’economia e l’economia libera dal debito.»

Questa ipotesi tocca anche il governo delle organizzazioni. Indicatori, previsioni e quadri di controllo possono rendere visibile il sistema; se i criteri di fondo non cambiano, possono anche conferirgli soltanto un’apparenza più razionale. I dati illuminano la stanza, ma non decidono quale porta attraversare.

Abbattere la parete

La perplessità di Keynes risale a quasi un secolo fa. Filoponìa propone un approccio diverso: anziché correggere il paradigma dall’interno, elimina un elemento fondamentale, il debito, permettendo al resto di riorganizzarsi in modo nuovo.

I singoli componenti esistono già: il capitale, le giurie sorteggiate, il reddito di base, la cooperazione spontanea. L’originalità risiede nella loro disposizione e nel rapporto che stabiliscono tra uguaglianza, libertà e sostenibilità ambientale. Surbone combina elementi conosciuti in un ordine che prima non c’era.

Le parole «stentoree» con cui chiude il proprio testo dichiarano conclusa l’epoca aperta da Adam Smith due secoli e mezzo fa. Può darsi che Filoponìa sia destinata a rimanere un’utopia. Le utopie che contano, da Platone a Campanella, da Tommaso Moro a Robert Owen, impongono tuttavia una prova severa: costringono il presente a giustificarsi, a spiegare perché ciò che esiste dovrebbe valere più di ciò che potrebbe esistere.

Da Keynes in poi, molte risposte hanno tinteggiato le pareti, spostato i mobili e cambiato le tende. La struttura portante è rimasta intatta. Surbone propone di abbattere una parete e ridisegnare la pianta. Resta da capire se l’edificio reggerà senza quel muro o se, come scrive nell’Epilogo, sarà «ancora in piedi, più saldo e nitido di prima».

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