omnia mea mecum porto

il prezzo di una stanza. Cicerone, la memoria artificiale e la crisi della permanenza.

Le nuove memorie artificiali tornano a organizzare le informazioni in luoghi persistenti, mentre l’abitare diventa sempre più precario e leggibile attraverso il prezzo. Che cosa accade quando la permanenza resta fuori dal modello?

Da qualche tempo seguo il problema della memoria artificiale. Chi usa con continuità un modello linguistico di grandi dimensioni, un LLM, conosce bene la questione. Possiamo discutere per settimane con una macchina, costruire un progetto, correggere decisioni, scartare ipotesi, definire una terminologia e, a un certo punto, scoprire che una parte di quel percorso è diventata difficilmente recuperabile.

Il problema riguarda la memoria, certo. Riguarda soprattutto il modo in cui organizziamo ciò che vogliamo ricordare.

Ho trovato particolarmente interessante notare che alcuni progetti recenti volti a commemorare le intelligenze artificiali utilizzano un vocabolario insolito, fatto di termini architettonici come ali di edifici, stanze, corridoi, armadi, cassetti e percorsi.

MemPalace, progetto a codice sorgente aperto apparso nel 2026, organizza per esempio le conversazioni in WingsRoomsHallsClosets e Drawers. Sotto questa architettura usa ChromaDB e la ricerca semantica vettoriale.

Un’analisi indipendente pubblicata nell’aprile 2026 ne ha ridimensionato alcune rivendicazioni. Secondo gli autori, gran parte delle prestazioni dichiarate deriva dalla conservazione integrale dei contenuti e dal recupero vettoriale; la gerarchia spaziale opera tecnicamente anche come filtro sui metadati. L’analisi riconosce tuttavia un interesse architetturale nell’applicazione sistematica della metafora spaziale alla memoria delle macchine.

Nel luglio 2026 un altro lavoro ha usato esplicitamente l’espressione Latent Memory Palace. Il contesto è diverso: il lavoro riguarda politiche di controllo capaci di distribuire il ragionamento in uno spazio latente attraverso percorsi di lunghezza variabile, anziché la memoria di un assistente conversazionale. Il nome richiama ancora il palazzo della memoria, ma l’analogia non deve cancellare la differenza tecnica fra i due sistemi.

Il dato che mi interessa è più elementare e, forse, più profondo. In ambiti tecnologici differenti torna la stessa intuizione: per recuperare qualcosa, l’informazione deve occupare una posizione riconoscibile entro una struttura.

A questo punto mi è tornato in mente Cicerone.

Mi era rimasta impressa la tecnica dei loci come un’invenzione di Cicerone. La mia memoria era a metà strada, il che, a pensarci bene, era piuttosto azzeccato considerando l’argomento.

La tradizione ne attribuisce l’origine a Simonide di Ceo. Cicerone racconta l’episodio nel secondo libro del De oratore: durante un banchetto, Simonide lascia per qualche tempo l’edificio; il tetto crolla e i corpi dei convitati risultano difficili da identificare. Simonide riesce a ricostruire le identità ricordando il posto occupato da ciascuno.

Da questa storia Cicerone espone il principio dei loci e delle imagines: scegliere luoghi disposti in ordine, collocarvi mentalmente le immagini delle cose da ricordare e percorrere in seguito quegli stessi luoghi per recuperarle.

La Rhetorica ad Herennium, composta nel I secolo a.C. e attribuita per secoli a Cicerone, ci ha lasciato la più antica esposizione tecnica latina dell’arte mnemonica. La formulazione è quasi brutale nella sua precisione:

Constat igitur artificiosa memoria locis et imaginibus.

La memoria artificiale è costituita da luoghi e immagini.

L’autore propone come loci una casa, uno spazio fra colonne, un angolo, un arco. Le immagini vengono collocate in posizioni determinate. I luoghi svolgono la funzione delle tavolette cerate, le immagini quella delle lettere; la loro disposizione rende possibile la successiva lettura mnemonica.

Frances A. Yates ha ricostruito questa genealogia in The Art of Memory, pubblicato originariamente nel 1966. Il suo percorso attraversa la Grecia, la retorica romana, il Medioevo e il Rinascimento e rimane un riferimento essenziale per comprendere la storia culturale dell’arte della memoria.

Da qui parte la sezione che mi interessa.

Se guardo il metodo con gli occhi di chi lavora da molti anni sui sistemi informativi, individuo tre componenti:

L’analogia informatica è mia. Simonide, Cicerone e l’anonimo autore della Rhetorica ad Herennium si trovavano di fronte a problemi e strumenti assai diversi dai nostri.

La struttura funzionale, però, è riconoscibile. Per recuperare qualcosa occorre sapere che cosa cercare, dove cercarlo e secondo quale ordine.

La memoria diventa anche un problema di indirizzamento.

Poi ho incontrato Paquita.

Qualche giorno dopo ho letto una storia che, in apparenza, appartiene a tutt’altro dominio.

Francisca López Ruiz, Paquita, ha 82 anni, vive a Madrid, ha il Parkinson e un grado III di dipendenza riconosciuto. Abita dal 1998 nello stesso appartamento al numero 6 di calle Santa Ana, nel quartiere de La Latina, insieme al figlio.

Ventotto anni nello stesso posto.

Nel luglio 2026 rischiava di essere sfrattata dopo il mancato rinnovo del contratto. Il 22 luglio il Tribunale di Madrid ha sospeso cautelarmente l’esecuzione, in attesa di un rapporto richiesto al Comune sulla sua vulnerabilità e sull’eventuale disponibilità di un’alternativa abitativa. Davanti alla sua casa si sono raccolti vicini, associazioni e attivisti.

Ventotto anni.

Quando due informazioni provenienti da contesti diversi finiscono nel mio quaderno degli appunti, cerco di capire se esista una connessione o se stia soltanto costruendo una coincidenza suggestiva. In questo caso ritengo che il parallelismo regga, purché ne siano dichiarati i confini. È un parallelismo epistemologico. Non suggerisce equivalenze neurologiche né relazioni causali fra una tecnica mnemonica e una politica abitativa.

Il punto riguarda la permanenza del luogo.

Una casa possiede anche una specie di indice biografico, passatemi il termine. La psicologia ambientale studia da decenni il place attachment, il legame con il luogo. Nel 1996 Mindy Thompson Fullilove individuò tre processi minacciati dallo sradicamento geografico: attaccamento, familiarità e identità legata al luogo.

Una revisione successiva di 29 studi condotti su persone anziane ha identificato cinque dimensioni chiave che contribuiscono a questo legame: fisica, sociale, economica, psicologica e autobiografica. La componente autobiografica riveste un’importanza particolare nel contesto del ragionamento che sto sviluppando. Inoltre, uno studio basato su dati longitudinali australiani ha evidenziato associazioni tra la preferenza per la continuità residenziale, i legami familiari, il capitale sociale, la soddisfazione per la casa e il quartiere e la sicurezza del possesso. Per gli anziani in affitto, una lunga permanenza allo stesso indirizzo è correlata a una maggiore preferenza per rimanervi.

Questi studi non dimostrano che ogni trasferimento produca lo stesso danno né trasformano la permanenza in un valore assoluto. Offrono però una base sufficiente per formulare una proposizione prudente:

Una casa svolge anche una funzione di indicizzazione biografica.

Gli oggetti hanno una posizione.

Le persone hanno una posizione.

I percorsi quotidiani hanno una sequenza.

Il farmacista si trova a un certo angolo della strada. Il vicino vive dietro una determinata porta. Il rumore dell’ascensore anticipa l’arrivo di qualcuno. Una finestra stabilisce il rapporto con la strada sottostante. Un tragitto verso il supermercato contiene centinaia di riferimenti che nessun contratto di locazione registra.

Dopo ventotto anni, l’indirizzo di Paquita contiene una quantità di informazione autobiografica difficilmente traducibile in una perizia immobiliare.

Il catasto conosce la particella.

Il proprietario conosce il bene.

Il contratto conosce il canone.

Il mercato conosce il prezzo.

Una società immobiliare può calcolare il rendimento atteso.

Resta una domanda: dove registriamo ventotto anni di vita di Paquita?

Nei sistemi di intelligenza artificiale abbiamo riscoperto qualcosa che le organizzazioni avrebbero già dovuto sapere: accumulare informazioni serve a poco quando il sistema perde il contesto, la provenienza, le relazioni e la temporalità.

Nella mia esperienza professionale ho visto organizzazioni possedere migliaia di documenti e ignorare ugualmente perché una decisione fosse stata presa. Possono conservare tutte le versioni di un requisito e perdere quella che spiega il motivo della scelta. Possono disporre di Jira, Confluence, SharePoint, posta elettronica, verbali, registrazioni e archivi perfettamente accessibili, producendo comunque amnesia organizzativa.

Il passaggio riferisce una memoria professionale: conserva il valore di un caso ricorrente, senza pretendere universalità. Permette tuttavia di distinguere due condizioni:

La disponibilità del dato è una condizione. La possibilità di ricostruirne il contesto è un’altra condizione.

Le architetture di memoria artificiale stanno affrontando proprio questo problema attraverso persistenza, segmentazione, relazioni, recupero selettivo e provenienza.

Qui compare il paradosso che mi interessa: progettiamo luoghi persistenti per permettere alle macchine di ricordare, mentre la permanenza umana nei luoghi diventa una variabile sempre più sottoposta alla valutazione economica.

La legge 2 luglio 2026, n. 116, ha convertito il decreto-legge 7 maggio 2026, n. 66, dedicato al Piano Casa; il provvedimento è entrato in vigore il 4 luglio.

Il Governo indica un obiettivo di oltre 100.000 alloggi in dieci anni e risorse fino a 10 miliardi di euro. Il primo pilastro mira a recuperare 60.000 unità di edilizia residenziale pubblica e sociale oggi non assegnabili o bisognose di manutenzione. Il provvedimento comprende misure rivolte, fra gli altri, a giovani coppie, studenti, lavoratori fuori sede e persone anziane e promuove forme di coabitazione solidale e intergenerazionale.

Il secondo pilastro riguarda il Fondo housing coesione, istituito da INVIMIT SGR. Nel 2026 il Dipartimento per le politiche di coesione può sottoscriverne quote per 100 milioni di euro, provenienti dal Fondo per lo sviluppo e la coesione, mentre ulteriori risorse e immobili potranno confluire nello strumento.

Il terzo pilastro affida un ruolo centrale all’iniziativa privata nei programmi infrastrutturali di edilizia integrata. Almeno il 70 per cento dell’investimento deve essere destinato all’edilizia convenzionata; prezzi e canoni calmierati devono garantire una riduzione di almeno il 33 per cento rispetto ai valori correnti di mercato. La norma richiede, nello stesso tempo, che sia garantito l’equilibrio economico-finanziario dell’investimento.

Il Piano contiene dunque misure sociali concrete e strumenti finanziari. La presenza dei secondi non permette, da sola, di prevedere gli esiti del provvedimento. Può recuperare patrimonio inutilizzato e produrre abitazioni accessibili. Per valutarlo occorreranno attuazione, dati e tempo.

La domanda che pongo è diversa: quali proprietà della casa diventano leggibili quando una parte rilevante della politica abitativa viene descritta attraverso fondi, quote, investimenti, equilibrio economico-finanziario, valorizzazione patrimoniale, prezzi, canoni e percentuali di allocazione?

Sono tutte grandezze misurabili.

Sono tutte grandezze governabili.

Sono tutte grandezze trasformabili in un foglio di calcolo.

A questo punto torna utile il concetto di finanziarizzazione dell’abitare.

Manuel B. Aalbers definisce la finanziarizzazione attraverso la crescente centralità di attori, mercati, pratiche, misure e narrazioni finanziarie nei sistemi economici e sociali. Il suo The Financialization of Housing, pubblicato da Routledge nel 2016, colloca la casa al centro di questo processo e osserva come i rischi abitativi diventino sempre più anche rischi finanziari.

Nel 2017 Leilani Farha, allora Relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto a un alloggio adeguato, dedicò un rapporto alla finanziarizzazione della casa. Vi descrive il processo attraverso il quale l’abitazione viene trattata come merce, mezzo di accumulazione e garanzia per strumenti negoziati sui mercati, con il rischio di separarne il valore finanziario dalla funzione sociale.

Il fenomeno precede il Piano Casa italiano di molti anni. Il caso italiano è interessante proprio perché interviene su una crisi sociale impiegando anche strumenti appartenenti a una grammatica finanziaria ormai centrale nel mercato immobiliare.

Questa osservazione rimane un’inferenza sul modello adottato. I risultati futuri richiederanno prove.

Prezzo, rendimento, costo, rischio, valore patrimoniale, liquidità, sconto sul mercato ed equilibrio dell’investimento trovano una colonna.

Continuità biografica, reti di vicinato, tempo trascorso nello stesso luogo, mutuo aiuto, memoria familiare, conoscenza del quartiere e identità faticano a trovarla.

Una politica pubblica vede ciò che i propri strumenti sanno rappresentare. Il resto tende a diventare un’esternalità.

Nel civico 7 di calle Tribulete, nel quartiere madrileno di Lavapiés, alcuni inquilini sono da tempo in conflitto con Elix Rental Housing, la società immobiliare che ha acquistato l’edificio nel marzo 2024.

Gli abitanti accusano la proprietà di avere esercitato pressioni attraverso lavori, rumori e disagi che avrebbero favorito l’uscita dei residenti. La società respinge l’accusa e sostiene la legittimità e la necessità degli interventi. La controversia è arrivata davanti al giudice e, mentre scrivo, resta aperta. Accuse, difese ed esito giudiziario appartengono a piani differenti e vanno tenuti distinti.

Gli abitanti hanno reagito anche nello spazio pubblico. Hanno portato in strada oggetti domestici, organizzato musica e azioni performative, fino a mettere in scena il funerale delle proprie case. Hanno trasformato la permanenza in un fatto osservabile.

Una valutazione immobiliare descrive con precisione l’edificio di Tribulete 7. Gli abitanti hanno provato a descrivere ciò che accade dentro l’edificio. La differenza epistemologica è enorme.

Il valore sociale di un luogo richiede evidenze diverse da quelle necessarie per stimarne il valore patrimoniale. I residenti hanno prodotto le proprie evidenze con gli strumenti che possedevano: presenza, cultura, relazioni ed esposizione pubblica.

Hanno reso osservabile la comunità.

A Milano la domanda assume una forma ancora diversa.

La palazzina di via Monte Rosa 84 ospitò il Derby Club fino al 1985. Dopo anni di abbandono fu occupata nel 2001 e da allora accoglie il centro sociale Cantiere, con attività culturali, musica, iniziative politiche e altre forme di aggregazione.

Nel marzo 2024 l’immobile è stato acquistato da una nuova proprietà, che ne chiede il rilascio. Nel 2025 il Tribunale civile ha respinto la richiesta di sgombero urgente, lasciando alla proprietà gli strumenti della tutela ordinaria. L’8 luglio 2026 la palazzina è stata interessata da un accertamento tecnico disposto dalla Procura di Milano; le informazioni pubbliche disponibili su quest’ultimo passaggio provengono soprattutto dal centro sociale e da mezzi d’informazione vicini al movimento, circostanza che impone prudenza sui dettagli.

Qui convivono questioni giuridiche, proprietarie, urbanistiche, culturali e sociali.

La proprietà possiede diritti giuridicamente rilevanti.

L’occupazione presenta un proprio problema giuridico.

Venticinque anni di attività producono, nello stesso tempo, una storia sociale documentabile.

Sono fatti differenti. Occorre registrarli tutti prima di formulare un giudizio.

È lo stesso problema che incontriamo nei sistemi di conoscenza complessi: quando il modello elimina una dimensione perché difficile da rappresentare, la decisione successiva eredita quella cecità.

Torniamo allora a Paquita.

Il mercato possiede gli strumenti necessari per stimare il valore del suo appartamento, il canone ottenibile, le prospettive del quartiere, il costo di una ristrutturazione e il rendimento di un investimento alternativo.

Manca una metrica altrettanto sviluppata per registrare ventotto anni di permanenza. È qui, secondo me, che la questione abitativa diventa anche una questione epistemologica.

La casa appartiene contemporaneamente alla geografia, all’economia, al diritto, alla biografia, alla memoria e alla struttura sociale di una comunità.

Ogni disciplina costruisce il proprio oggetto.

Il diritto vede titoli, contratti e obblighi.

L’economia vede prezzi e allocazione delle risorse.

L’urbanistica vede destinazioni e trasformazioni.

La psicologia ambientale vede attaccamento, familiarità e identità.

La persona che abita vede semplicemente casa.

Quando una decisione viene presa utilizzando soltanto alcune di queste rappresentazioni, le dimensioni escluse continuano a esistere. Smettono, però, di partecipare al calcolo.

Questo fenomeno mi preoccupa più della presenza di un singolo fondo immobiliare. Un fondo dichiara il proprio modello economico. Il rischio maggiore nasce quando quel modello diventa il vocabolario generale con cui l’intera società descrive l’abitare.

Alla fine torno a Cicerone o, con maggiore precisione storica, a Simonide, Cicerone e all’anonimo autore della Rhetorica ad Herennium.

L’arte della memoria conteneva un’intuizione che, dopo duemila anni, continuiamo a trovare utile: l’informazione acquista una qualità diversa quando possiede una posizione stabile entro una struttura riconoscibile.

Oggi assegniamo identificatori ai dati.

Costruiamo grafi della conoscenza.

Conserviamo metadati.

Registriamo la provenienza.

Progettiamo memorie persistenti per gli agenti artificiali.

Creiamo stanze virtuali affinché una macchina possa recuperare una conversazione avvenuta sei mesi prima.

Consideriamo tutto questo ingegneria della conoscenza.

Poi una donna trascorre ventotto anni nello stesso appartamento e quella permanenza appare nei nostri sistemi decisionali come un dato marginale.

La permanenza potrebbe entrare esplicitamente nella progettazione delle politiche abitative come variabile sociale: durata della residenza, sicurezza del possesso, densità delle reti locali, costo dello sradicamento, disponibilità di servizi di prossimità, continuità assistenziale.

Sono grandezze imperfette.

Anche il PIL lo è.

L’imperfezione di una misura costituisce un problema tecnico. L’assenza della misura produce un problema politico, perché ciò che resta fuori dal modello tende a restare fuori dalla decisione.

Questo è il paradosso che mi rimane dopo avere messo insieme Cicerone, una banca dati vettoriale, una signora di Madrid, un fondo immobiliare e il Piano Casa italiano.

Abbiamo imparato a dare un indirizzo persistente a un ricordo artificiale. Sarebbe utile ricordare che, qualche volta, anche una persona ha bisogno che il proprio indirizzo resti dov’è.

Bibliografia e fonti

© Calogero Bonasia. Tutti i diritti riservati. Questa pagina costituisce la versione di riferimento dell’articolo. Le citazioni e gli altri usi previsti dalla legge sono consentiti con l’indicazione del titolo, dell’autore e della fonte. Al di fuori di questi casi, la riproduzione, la pubblicazione, la distribuzione, la traduzione, l’adattamento o qualsiasi altro riutilizzo del testo, anche privo di finalità commerciali, richiedono la preventiva autorizzazione scritta dell’autore.

#conoscenza #economia #esperienza #geopolitica #intelligenza artificiale #memoria #project management