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la scrittura come strumento di conoscenza fra segnale, rumore e delega algoritmica

Un ricevitore a onde corte insegna prima di tutto una lezione epistemologica che tecnica: il segnale raramente si presenta in modo chiaro e distinto.  Emerge da un miscuglio di rumori, interferenze e sovrapposizioni. Per riconoscerlo, bisogna essere pazienti, fare pratica e sviluppare una forma di attenzione disciplinata.

Nell’uso radioamatoriale, il QRM indica l’interferenza proveniente da altre trasmissioni o da sorgenti artificiali, il QRN il disturbo statico, spesso atmosferico. La distinzione è operativa: consente di attribuire al rumore una provenienza e, quindi, di decidere come ascoltare.

Ho imparato questa disciplina molti anni fa, girando lentamente la manopola di un ricevitore. Fra una stazione e l’altra sembrava estendersi il vuoto; insistendo, emergevano voci lontane, deformate dal mezzo e tuttavia riconoscibili. Oggi ritrovo lo stesso gesto nella scrittura. Anche la pagina esige una sintonizzazione: cerca una voce tra formule ricevute, ricordi incompleti, automatismi linguistici e conclusioni premature.

Io penso che scrivere svolga almeno tre funzioni inseparabili. La prima conserva tracce e alleggerisce la memoria. La seconda partecipa alla formazione del pensiero, perché costringe le intuizioni a prendere una forma osservabile e contestabile.

La terza istituisce responsabilità: rende possibile chiedere chi abbia affermato che cosa, sulla base di quali elementi e con quale grado di certezza. Quando una di queste funzioni prevale sulle altre, la scrittura si impoverisce.

L’archivio diventa accumulo, il testo diventa ornamento, la registrazione diventa alibi. È una forma elegante di morte amministrativa.

La metafora radiofonica, a mio avviso, permette di distinguere due famiglie di disturbi. Esiste un QRM della scrittura: il rumore che proviene dall’ambiente culturale e organizzativo.

Ne fanno parte i luoghi comuni, il gergo professionale, le frasi che sembrano autorevoli perché molti le ripetono, le parole astratte che dispensano dal nominare fatti e responsabilità.

Espressioni come «governare la complessità», «creare valore» o «favorire l’innovazione» possono indicare problemi reali; quando mancano oggetti, criteri e conseguenze, agiscono come portanti prive di informazione. Una frase può indossare giacca, cravatta e distintivo aziendale e restare intellettualmente disoccupata.

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Esiste poi un QRN interiore: la fretta, l’attaccamento alle proprie ipotesi, la memoria che ricostruisce il passato con una coerenza superiore a quella vissuta, il desiderio di congedare una questione prima che abbia opposto resistenza. Questo secondo rumore è più insidioso perché parla con la nostra voce. La familiarità viene scambiata per verità; la fluidità di una frase, per solidità dell’argomento.

Credo che la scrittura rigorosa non elimini il rumore una volta per tutte. Lo rende percepibile. Una frase fissata sulla pagina può essere riletta, confrontata con la precedente, sottoposta a un’obiezione.

Quanto appariva compatto nel pensiero interiore si divide allora in osservazioni, inferenze, giudizi e lacune. La revisione opera come un filtro il cui primo oggetto è l’autore stesso. Il prezzo d’ingresso è poco piacevole: chi scrive deve accettare di essere il primo a venire filtrato.

Le scienze cognitive hanno superato da tempo la visione semplicistica della composizione come mera trascrizione di idee già formulate. Il modello di Linda Flower e John Hayes descrive la scrittura come un processo ricorsivo, in cui pianificazione, formulazione e revisione si influenzano reciprocamente, vincolate dai requisiti del compito, dalla memoria e dal testo già prodotto. Chi scrive spesso torna indietro, modifica il problema mentre cerca di risolverlo e si rende conto che una frase può richiedere di rivedere l’intenzione originale.

Carl Bereiter e Marlene Scardamalia hanno distinto, in modo divenuto classico, tra knowledge telling e knowledge transforming. Nel primo caso l’autore recupera ciò che sa e lo dispone secondo richieste immediate; nel secondo, il problema dei contenuti e quello della forma retorica interagiscono fino a trasformare la conoscenza iniziale. La differenza riguarda la struttura dell’attività: esporre un sapere disponibile richiede meno attrito che interrogarne coerenza, limiti e conseguenze.

Richard Menary ha approfondito questa prospettiva, sostenendo che la manipolazione di frasi scritte è parte integrante del processo cognitivo.  Fogli e schermi offrono configurazioni stabili che possono essere esaminate e riorganizzate.  Questa interazione rivela connessioni appena intraviste e mantiene le contraddizioni in vista abbastanza a lungo da non essere dimenticate dalla memoria di lavoro. In questo quadro, la mente opera attraverso un circuito che integra processi neurali, gesti, segni e pratiche apprese.

La letteratura sullo scarico cognitivo conferma il vantaggio generale di affidare a supporti esterni una parte del carico mentale. Annotare, disegnare o predisporre promemoria libera risorse per altre operazioni. Sarebbe però improprio dedurne che ogni esternalizzazione produca conoscenza.

Una lista può aiutare a ricordare senza modificare ciò che comprendiamo. Io credo che la scrittura diventi epistemicamente generativa quando l’iscrizione rientra nel circuito: viene riletta, messa in rapporto con altre tracce, corretta e usata per formulare nuove domande. Il valore cognitivo risiede nell’interazione con il segno, non nella sua semplice esistenza. Probabilmente è qui che passa il confine, mobile ma decisivo, fra il deposito e il laboratorio.

Nel sesto libro dell’Etica Nicomachea, Aristotele separa la produzione, poiesis, dall’azione, praxis. La produzione mira a un’opera distinta dall’attività che la genera; l’azione ben condotta trova il proprio fine anche nel suo esercizio. Aristotele non sta classificando la scrittura. La sua distinzione offre tuttavia una lente feconda.

Il testo è un prodotto: circola, persiste, può essere copiato e giudicato indipendentemente dal suo autore. Sotto questo profilo appartiene alla sfera della poiesis. Scrivere può però esercitare una forma di azione riflessiva: l’autore delibera, sceglie fra formulazioni concorrenti, verifica la proporzione fra evidenza e affermazione, modifica il proprio giudizio. Qui la pagina partecipa alla praxis, perché il fine comprende la qualità del pensare che si sta esercitando.

Questa duplicità, secondo me, spiega un paradosso contemporaneo. È possibile ottenere un testo formalmente riuscito senza attraversare il processo che avrebbe trasformato la conoscenza dell’autore. Il prodotto rimane; l’esercizio del giudizio si assottiglia. Una cultura che valuta soltanto il documento finito finisce per premiare la superficie e consumare, senza accorgersene, la competenza che avrebbe dovuto generarla. Il risultato può essere un cadavere ben pettinato: impeccabile nella forma, privo di metabolismo intellettuale.

Nelle organizzazioni la scrittura viene spesso trattata come l’ultima tappa del lavoro: prima si decide o si agisce, poi si documenta. Penso che questa sequenza descriva soltanto una parte del fenomeno. Verbali, registri dei rischi, piani, specifiche, log e relazioni di verifica contribuiscono a stabilire che cosa l’organizzazione considera accaduto, rilevante e ancora possibile. Scrivere dopo i fatti significa spesso riscrivere i fatti; il potere entra nella pagina anche quando sostiene di limitarsi a verbalizzare.

Karl Weick, Kathleen Sutcliffe e David Obstfeld definiscono il sensemaking come il processo attraverso cui circostanze equivoche vengono trasformate in una situazione comprensibile, espressa in parole e capace di orientare l’azione. Tale processo è retrospettivo, sociale e selettivo. Nessun documento contiene la realtà intera; ogni documento estrae indizi, li collega e propone una configurazione plausibile.

Proprio per questo la scrittura organizzativa esercita potere. Ciò che entra nel verbale può diventare antecedente di una decisione; ciò che ne resta fuori rischia di scomparire dalla memoria istituzionale.

La qualità documentale dipende allora da quattro proprietà.

La prima è la provenienza: dati, affermazioni e decisioni devono conservare un legame riconoscibile con le loro fonti. La seconda è la distinzione epistemica: fatti osservati, stime, inferenze, ipotesi e impegni richiedono segni diversi. La terza è la contestabilità: un documento affidabile permette di ricostruire dissensi, alternative scartate e limiti informativi. La quarta è la capacità generativa: il testo deve sostenere decisioni, verifiche o apprendimento successivi, anziché limitarsi a certificare che una procedura sia stata eseguita.

Un archivio privo di queste proprietà può essere ordinato e insieme cognitivamente sterile. A me ricorda una necropoli romana perfettamente censita: ogni iscrizione è al proprio posto, eppure nessuna voce partecipa più alla vita della città. Nel linguaggio più ruvido dei nostri uffici, è una discarica con il controllo degli accessi. Il problema non riguarda la quantità dei documenti. Riguarda la frequenza sulla quale essi sono stati scritti: quella dell’adempimento, della difesa o della conoscenza.

I modelli linguistici generativi rendono urgente questa distinzione. La loro forza consiste nel produrre rapidamente testi fluidi, adattabili e statisticamente coerenti con vaste collezioni linguistiche. Possono aiutare a esplorare alternative, riordinare materiali, individuare obiezioni e ridurre costi di formulazione. Io penso che la fluidità introduca però un rischio specifico: anticipa il prodotto rispetto al giudizio.

La prosa istantanea è una droga a buon mercato; offre l’euforia del risultato e può lasciare intatto il problema.

Un esperimento pubblicato nel 2024 su Science Advances ha mostrato che idee generate dall’intelligenza artificiale possono aumentare, in media, la novità e l’utilità percepite di brevi racconti, soprattutto per gli autori meno creativi; gli stessi racconti risultavano più simili tra loro. Il dato non autorizza conclusioni universali sulla scrittura, perché riguarda un compito circoscritto. Io lo considero però un indizio di un’ambivalenza decisiva: il vantaggio individuale può accompagnarsi a una contrazione della varietà collettiva. Potremmo diventare tutti più bravi e, nello stesso tempo, terribilmente più uguali.

Uno studio presentato alla conferenza CHI 2025, basato su 319 lavoratori della conoscenza e 936 esempi d’uso dichiarati, ha rilevato una diminuzione percepita dello sforzo critico nei compiti assistiti dall’intelligenza artificiale.

Una maggiore fiducia nello strumento era correlata a un minore impegno critico, mentre la fiducia nelle proprie capacità mostrava una correlazione inversa.  Questi dati autoriferiti, pur non potendo dimostrare un declino causato dalla tecnologia, sono utili per formulare ipotesi e indicano dove concentrare l’attenzione: sulla distribuzione del giudizio tra persona e sistema.

A mio parere, la domanda più utile è capire quale parte del lavoro venga delegata. Se il modello amplia le possibilità di ipotesi e l’autore si occupa ancora di selezionare, verificare e riscrivere, credo che lo strumento possa potenziare il processo di pensiero. Al contrario, se fornisce una prosa finita prima ancora che il problema sia stato definito, elimina proprio quell’attrito che spesso porta alla comprensione. La macchina genera frasi, ma la responsabilità di giudicare resta nostra.

Una disciplina minima può preservare tale attrito: formulare una prima posizione propria; separare ciò che si sa da ciò che si suppone; chiedere allo strumento alternative e confutazioni oltre alle conferme; risalire alle fonti primarie; riscrivere con parole delle quali si accetta la responsabilità. L’autore rimane colui che risponde del segnale trasmesso, anche quando l’apparato di emissione è diventato immensamente potente.

Scrivere bene richiede tempo perché la pagina oppone resistenza. Contesta l’eccesso di sicurezza, mostra i passaggi mancanti, conserva una frase abbastanza a lungo da permetterci di dubitarne. Questa lentezza non coincide con inerzia. È il tempo tecnico della sintonizzazione, come l’attimo in cui la mano rallenta sulla manopola perché, sotto il fruscio, sembra emergere una voce.

La scrittura custodisce memoria, costruisce conoscenza e distribuisce responsabilità. Nelle organizzazioni rende il passato interrogabile e il futuro deliberabile. Nell’epoca della generazione automatica del linguaggio, penso che il suo compito più prezioso consista nel trattenere l’autore dentro il processo: impedirgli di confondere la nitidezza dello strumento con la qualità dell’ascolto.

Nel codice Morse internazionale, la sequenza linea-punto-linea corrisponde alla lettera K e al segnale «invito a trasmettere». Chi conclude il proprio turno apre il canale alla risposta. Ogni testo degno di essere pubblicato dovrebbe compiere lo stesso gesto: offrire una forma abbastanza precisa da poter essere compresa e abbastanza esposta da poter essere contraddetta.

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Riferimenti

Il radiotelescopio organizzativo e le quattro patologie dei flussi di lavoro fanno parte di un percorso più ampio, raccolto nel mio libro Cartografie delle zone d’ombra. Segnale, rumore e sapere tacito nelle organizzazioni.

Nei dodici capitoli esploro lo scarto fra ciò che le organizzazioni documentano e ciò che realmente fanno, fra il sapere formalizzato e quello che vive nell’esperienza, nelle relazioni e nei gesti della bottega. Governare la complessità richiede strumenti e metodo; prima ancora, esige la capacità di vedere ciò che le nostre mappe hanno lasciato fuori.

Scopri il libro sul sito dell'editore

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