omnia mea mecum porto

quando vuoi spiegare tutto e forse non spieghi niente

Ho riaperto il file di un articolo che ho pubblicato su Stultifera Navis il 18 maggio 2025.

In quell'articolo ho scritto che sovente la mente tende al vagabondaggio, sospesa fra l'ansia per il futuro e il rimpianto per il passato. Giungevo ad una conclusione sulla la mindfulness, con una spruzzatina di Kabat-Zinn, e l'immagine della una donna sulla banchina della metropolitana.

Rileggendo l'articolo oggi, la prima cosa che noto è la fretta. Volevo dire qualcosa sull'attenzione e avevo paura che un pensiero semplice non bastasse. Così ho chiamato in soccorso una serie di parole già pronte: il presente, il respiro, la vigilanza, la presenza. Il testo aveva l'aspetto di una riflessione e procedeva come una lista di buone intenzioni.

La scena della metropolitana è il punto nel quale mi accorgo più chiaramente dell'artificio. Descrivo una donna (immaginaria) raccontando che aveva il respiro corto, le mani strette alla borsa e gli occhi fissi sul binario. Dopo averla osservata, decido di aggiungere un dettaglio: dico che mi era parsa tesa.

Oggi posso soltanto riconoscere che avevo usato il corpo di una persona inventata per dare un volto al mio argomento. Le avevo assegnato una parte e l'avevo fatta uscire di scena senza nemmeno chiederle il nome.

Che non sono Pirandello è evidente, insomma.

Specie perché nel passaggio successivo cito uno studio di Hölzel sulla materia grigia. Nel testo avevo scritto «Hölzel, se non sbaglio», poi avevo aggiunto una nota bibliografica e avevo lasciato che la ricerca facesse da garante alla mia esperienza.

La classica formula dell'articolo fatto per i social, ma camuffato da articolo colto. Tuttavia, devo fare presente a me stesso che un riferimento scientifico non serve a rendere rispettabile una sensazione. Serve a discutere un risultato preciso, con il metodo e i limiti che lo accompagnano.

La parte sulla leadership è travestita della stessa impazienza. Alla fine mi rendo conto che ho trasformato l'attenzione in una qualità positiva per "essere un capo", ho diviso il lavoro fra compito e relazione e ho messo il project manager al timone di una nave, quando è di fatto soltanto un ufficiale di coperta.

Però l'articolo funzionava, mi aveva risparmiato il lavoro più difficile, come spiegare perché, spesso, un equipaggio che si fida del proprio leader sia una bella immagine da distribuire sulla linea del tempo effimero di un social network.

Nella vita vera, tuttavia, quando si conduce un progetto bisogna capire chi decide veramente, quali informazioni utilizzare e assumersi la responsabilità delle proprie azioni, quando la decisione produce un danno.

La mindfulness può avere un posto nella vita quotidiana, in teoria forse. Certo, può aiutare a interrompere una risposta automatica, a riconoscere una tensione, a non confondere la prima reazione con il giudizio. Ma è tutto molto faticoso.

Oggi dell'attenzione interessa una cosa più povera e più utilitaristica: controllare una data, rileggere un messaggio prima di inviarlo, accorgersi che una parola detta bene, ricercata, ponderata, evita un problema.

Ecco perché, quando scrivo, provo a lasciare che sia la descrizione oggettiva dei fatti a reggere il pensiero espresso. Se manca un fatto, posso dichiararlo. Una frase diventa più corta e il testo, qualche volta, è persino migliore.

articolo originale pubblicato su Stultifera Navis

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