strumenti di percezione e strumenti di controllo nella governance dei progetti. Parte seconda.

Nella prima parte ho proposto cinque principi per valutare i flussi di lavoro come strumenti di percezione organizzativa. Ho chiamato questo modello «radiotelescopio organizzativo»: un dispositivo che seleziona segnali deboli, li separa dalle interferenze e li restituisce in una forma utilizzabile da chi deve decidere. Il primo principio riguardava la sensibilità al segnale.
Questa seconda parte esamina i quattro principi successivi: distinzione tra segnale e rumore, calibrazione contestuale, risoluzione appropriata e interpretabilità. Li applicherò dapprima a una specifica tecnica del Naval Facilities Engineering Command, NAVFAC, incontrata a Sigonella nei primi anni Novanta; poi alle patologie che ricorrono nei flussi di lavoro digitali: l’eufemismo semantico, il labirinto delle eccezioni, il parcheggio ontologico e l’illusione dell’esaustività.
Segnale, contesto, risoluzione e interpretazione: quattro criteri per progettare flussi di lavoro capaci di rendere visibile il lavoro reale.
La metafora non stabilisce un’identità tra un radiotelescopio, una stazione di terra per comunicazioni satellitari e un sistema di governo dei progetti. I tre dispositivi hanno scopi e architetture differenti. Il confronto riguarda una proprietà comune: ciascuno rende osservabile soltanto ciò per cui è stato progettato, calibrato e interrogato. Ogni strumento porta con sé un campo visivo e, insieme, un punto cieco.
In radioastronomia, il segnale utile non si presenta separato dalle perturbazioni. Le osservazioni contengono rumore termico, contributi strumentali, emissioni di fondo e interferenze a radiofrequenza prodotte da sorgenti terrestri o satellitari. La riduzione dei dati richiede quindi calibrazione, identificazione delle interferenze e, quando necessario, esclusione delle misure contaminate. Ciò che costituisce «segnale» dipende inoltre dalla domanda scientifica: una sorgente irrilevante per un’osservazione può essere l’oggetto principale di un’altra.
La stessa cautela serve nei sistemi di governance. Non esiste una distinzione assoluta tra lavoro utile e rumore organizzativo. Una riunione, un verbale o una richiesta di chiarimento possono essere indispensabili. Diventano rumore rispetto a una determinata decisione quando occupano lo stesso piano logico delle attività che producono l’avanzamento e impediscono di riconoscere ciò che modifica realmente tempi, costi, qualità o rischio.
La specifica NAVFAC traduceva questa esigenza in una regola tecnica. Le attività di costruzione non dovevano rappresentare riferimenti estranei al lavoro, come lettere seriali o richieste di informazione. Quei riferimenti andavano registrati nelle note dell’attività pertinente, senza trasformarli in nodi della rete temporale. Versioni successive delle specifiche hanno conservato lo stesso criterio, collocando nel P6 Activity Notebook lettere, richieste di informazione, messaggi, verbali e rapporti associati alle attività del cronoprogramma.
La prescrizione separa due piani che nelle organizzazioni tendono facilmente a confondersi: il lavoro e il discorso sul lavoro. La documentazione rimane necessaria e deve occupare il livello informativo appropriato, così da preservare la rappresentazione del processo fisico o produttivo. Se ogni scambio amministrativo diventa un’attività equivalente alle altre, il cronoprogramma acquista volume e perde capacità discriminante, come una carta geografica sulla quale ogni dettaglio sia tracciato con il medesimo spessore.
Un caso professionale chiarisce il punto. In un progetto di supporto applicativo durato diciotto mesi, l’analisi dei dati operativi mostrò che oltre la metà dell’impegno registrato derivava da modifiche richieste durante l’esecuzione. Nel flusso originario il lavoro pianificato e quello reattivo erano rappresentati nello stesso modo; perciò l’informazione rimaneva sommersa, benché i dati fossero presenti.
La distinzione tra le due classi di lavoro rese visibile una dinamica che riduceva la capacità di previsione del gruppo e fornì una base quantitativa al confronto contrattuale. È opportuno precisare il valore probatorio dell’esempio: si tratta di un singolo caso, non di una misura generalizzabile. Dimostra tuttavia un principio progettuale. Lo strumento non produsse nuovi fatti; rese interrogabili fatti che la precedente tassonomia aveva confuso.
Una stazione di terra SATCOM e un radiotelescopio devono operare entro uno specifico ambiente elettromagnetico. Rumore, interferenze, caratteristiche dell’antenna, banda impiegata e geometria del collegamento concorrono al rapporto tra segnale utile e perturbazioni. Un impianto collocato in un’area radioelettricamente quieta e uno installato presso sorgenti industriali di interferenza richiedono valutazioni, protezioni e procedure differenti. Dire che il secondo riceverebbe «soltanto interferenze» sarebbe un’iperbole tecnicamente impropria; il punto corretto è che il contesto modifica le condizioni di esercizio e deve entrare nel progetto del sistema.
Il calendario meteorologico previsto dalle specifiche NAVFAC applicava la stessa logica alla pianificazione. I giorni di inattività attesi per condizioni avverse venivano stimati mediante serie storiche riferite alla località più vicina al cantiere e distribuiti per mese. Il calendario così ottenuto andava associato alle attività esposte al maltempo. Il dato climatico entrava nel modello come condizione materiale capace di incidere sulla sua attendibilità.
A Sigonella questo significava rappresentare le condizioni proprie della Sicilia, anziché importare una media nazionale priva di rapporto con il sito. Il calendario era dunque una calibrazione contestuale: adeguava lo strumento al territorio sul quale sarebbe stato usato.
Il principio vale anche per i flussi di lavoro digitali. Ogni processo si colloca entro una specifica ecologia organizzativa, composta da competenze, responsabilità, vincoli normativi, relazioni di potere, distribuzione geografica, strumenti e linguaggi professionali. Il numero corretto di stati non può essere dedotto dalla dimensione del gruppo mediante una formula. Un gruppo ristretto e coeso può funzionare con un flusso essenziale; un programma distribuito tra più organizzazioni può richiedere passaggi di consegna, controlli e responsabilità esplicite. In entrambi i casi, la qualità dipende dalla corrispondenza tra il modello e il lavoro reale.
La calibrazione comincia quindi prima della configurazione. Occorre osservare come il lavoro procede, quali decisioni vengono assunte, dove l’informazione si arresta e quali distinzioni sono già significative per le persone. Un flusso elegante in astratto può fallire appena incontra il terreno, come una meridiana perfetta costruita per una latitudine diversa.
La risoluzione di uno strumento determina il livello di dettaglio che può distinguere. In radioastronomia, risoluzione angolare, campo osservato e sensibilità dipendono dall’architettura dello strumento, dalla frequenza e dalla configurazione dell’osservazione. Le ricognizioni del cielo privilegiano copertura e uniformità; le osservazioni mirate possono privilegiare dettaglio o sensibilità su una sorgente. Non esiste una risoluzione massima utile in ogni circostanza. Il valore nasce dalla congruenza tra domanda, scala del fenomeno e strumento.
Le specifiche NAVFAC traducevano il problema nella granularità delle attività. Una versione precedente stabiliva che nessuna attività di costruzione in sito superasse venti giorni lavorativi. Le versioni più recenti prescrivono, per le pianificazioni di dettaglio a breve termine, attività non superiori a cinque giorni e un livello sufficiente per assegnare responsabilità, squadre, attrezzi e mezzi. Le soglie sono cambiate perché è cambiata la funzione del documento; il principio è rimasto leggibile: un’attività troppo estesa nasconde gli scostamenti al proprio interno.
La durata zero dei traguardi contrattuali risponde a un’esigenza diversa. Il traguardo appartiene a una categoria logica distinta dall’attività: rappresenta un punto di decisione, un vincolo o il compimento verificabile di una condizione. Confondere attività e traguardi significa confondere estensione e soglia, il cammino e la porta che ne segna un passaggio.
Nei sistemi di governo dei programmi e dei portafogli occorrono almeno due scale coordinate. La direzione deve poter leggere priorità, capacità, rischi e dipendenze senza attraversare migliaia di attività elementari. I gruppi operativi devono invece riconoscere il lavoro concreto, i passaggi di responsabilità e gli impedimenti. Se la rappresentazione direzionale pretende di sostituire quella operativa, perde il contatto con l’esecuzione; se il dettaglio operativo invade il livello direzionale, la decisione annega nella cronaca.
La risoluzione appropriata consente di passare da una scala all’altra preservando le relazioni essenziali. La questione riguarda il dettaglio necessario a una specifica decisione e l’aggregazione che può essere compiuta senza alterare il fenomeno.
L’acquisizione costituisce soltanto il primo passaggio nella produzione di conoscenza scientifica. I dati grezzi di un radiotelescopio devono essere calibrati, confrontati con modelli fisici e ricondotti alle condizioni dell’osservazione. L’interpretazione permette di stabilire che cosa la misura autorizzi a concludere ed è quindi parte del procedimento conoscitivo.
Nella specifica NAVFAC questa funzione era svolta, per i ritardi, dalla Time Impact Analysis, TIA. Quando una modifica o un evento poteva incidere sul programma, il contraente doveva rappresentarlo mediante un fragnet, un frammento di rete composto dalle attività e dalle dipendenze necessarie a descriverne gli effetti. Il frammento veniva inserito nel cronoprogramma aggiornato; il calcolo della rete mostrava l’eventuale spostamento dei traguardi e della data di completamento.
La procedura richiedeva inoltre di identificare l’origine del ritardo e di classificarne la natura. Le versioni recenti distinguono ritardi imputabili al Governo, ritardi imputabili al contraente, eventi di forza maggiore e combinazioni concorrenti. Gli effetti sul termine contrattuale e sull’eventuale compensazione dipendono dalla posizione dell’evento rispetto al percorso più lungo, dal margine disponibile e dalla concorrenza con altri ritardi. La formula originaria, «ritardo compensabile o non compensabile», descriveva soltanto l’esito finale e ometteva una parte essenziale del ragionamento causale.
La TIA trasformava così l’enunciato «il cantiere è in ritardo» in una proposizione verificabile: quale evento è intervenuto, quando, su quali attività, attraverso quali dipendenze, con quale effetto sul completamento e secondo quale attribuzione contrattuale. Il metodo non elimina il dissenso, ma obbliga le parti a discuterlo entro una rappresentazione comune.
Questo è il compito di un sistema decisionale affidabile. Un indicatore isolato segnala una variazione; per orientare una decisione deve conservare il legame con il processo che l’ha prodotta, con il tempo, con le dipendenze e con i limiti del modello. Senza tale catena interpretativa, il dato rimane un numero in cerca di una storia e finisce spesso per ricevere quella più conveniente al momento.
I cinque principi del radiotelescopio organizzativo sono riconoscibili nelle specifiche NAVFAC, ma vi appaiono entro una logica prevalentemente prescrittiva. Il documento stabilisce che cosa registrare, come denominarlo, quale formato usare e quando consegnarlo. Questa disciplina può produrre tracciabilità e comparabilità; può anche generare l’equivoco secondo cui la conformità della rappresentazione coincida con la comprensione del progetto.
Nel lavoro di progettazione e revisione dei flussi ho incontrato quattro patologie ricorrenti. Non costituiscono una tassonomia clinica né derivano da una rilevazione statistica; sono categorie interpretative costruite a partire da casi professionali. Servono a riconoscere il punto in cui uno strumento di percezione comincia a proteggere l’organizzazione da ciò che potrebbe rivelare.
Scopri il libro sul sito dell'editore
La prima patologia riguarda gli stati denominati con parole tanto ampie da non indicare una condizione operativa verificabile: «in corso», «in lavorazione», «attivo». Queste etichette diventano eufemistiche quando attenuano condizioni più precise e meno rassicuranti, come «in attesa di decisione», «bloccato» o «senza assegnatario». Se «in corso» designa davvero un’attività sulla quale si sta lavorando, il termine svolge correttamente la propria funzione; la patologia compare quando situazioni che richiederebbero azioni diverse vengono nascoste sotto lo stesso nome.
Il risultato è una compressione semantica. Le metriche aggregano condizioni eterogenee e restituiscono una precisione aritmetica fondata su categorie deboli. Il numero può essere esatto rispetto ai dati registrati e, nello stesso tempo, fuorviante rispetto al fenomeno che si pretende di osservare.
La specifica militare riduceva l’ambiguità mediante codici, strutture analitiche di progetto e classificazioni formali. Questa precisione aveva però un costo: il linguaggio della struttura di scomposizione del lavoro, la Work Breakdown Structure, poteva allontanarsi dal lessico delle persone che eseguivano le attività. Quando il codice è impeccabile e l’operatore non vi riconosce il proprio lavoro, la tassonomia soddisfa il sistema informativo e indebolisce la comunicazione.
La soluzione richiede una doppia fedeltà: termini abbastanza precisi da distinguere condizioni diverse e abbastanza prossimi al linguaggio del gruppo da essere compresi senza traduzione continua.
La seconda patologia nasce quando il flusso principale incorpora ogni eventualità immaginabile. Le specifiche costruttive includono numerose attività e traguardi per prove, bilanciamenti, verifiche, approvazioni e collaudi. Il numero e la sequenza variano secondo la versione del documento e il tipo di impianto; per questo sarebbe improprio fissarli in una cifra universale. Ciò che conta è l’effetto sul modello: il percorso ordinario può scomparire sotto una selva di casi particolari.
Un flusso progettato per contenere tutte le eccezioni diventa difficile da leggere e ancora più difficile da modificare. Ogni nuova variante introduce stati e transizioni che restano visibili anche quando non riguardano il caso corrente. L’utente deve allora conoscere il manuale del sistema prima di poter rappresentare il proprio lavoro.
La soluzione più robusta consiste nel modellare con chiarezza il percorso ordinario e predisporre un meccanismo esplicito per le deviazioni. Le eccezioni devono essere riconoscibili, motivate e misurabili; non vanno dissolte in un intrico permanente. Il loro tasso di ricorrenza diventa a sua volta informazione: se l’eccezione domina, il processo dichiarato ha cessato di descrivere il processo reale.
La terza patologia consiste nell’usare uno stato temporale come contenitore di una categoria. «Cliente X», «alta priorità» e «quarto trimestre» descrivono che cos’è un’attività, quale importanza le viene attribuita o a quale orizzonte appartiene; non dicono in quale fase del lavoro si trovi.
Ho chiamato questa confusione «parcheggio ontologico» perché l’attività viene collocata in un luogo che ne definisce l’identità, senza rappresentarne il movimento. Alcune fasi possono legittimamente durare settimane; la permanenza prolungata, da sola, non basta quindi a formulare una diagnosi. Il sintomo decisivo è l’impossibilità di associare allo stato un criterio di ingresso, una responsabilità attuale, un’azione attesa e una condizione di uscita.
Anche un cronoprogramma rigoroso può produrre zone di parcheggio quando approvazioni, permessi o modifiche contrattuali vengono rappresentati come attese prive di un soggetto e di una soglia temporale. Il tempo non si è fermato; è il modello che ha rinunciato a descriverlo.
Per correggere la patologia occorre separare le dimensioni: gli attributi classificano, le priorità ordinano, le date collocano, gli stati rappresentano condizioni operative. Una medesima parola non dovrebbe essere costretta a svolgere tutti questi compiti.
La quarta patologia è la più insidiosa perché somiglia alla diligenza. Campi, codici, scadenze, rapporti e procedure si accumulano fino a produrre l’impressione che nessun aspetto del progetto sia rimasto fuori dal sistema. Le specifiche NAVFAC disciplinano qualificazione dello schedulatore, configurazione del programma, aggiornamenti periodici, rapporti narrativi, analisi del valore maturato, produzione giornaliera e analisi degli impatti temporali. Gran parte di queste prescrizioni risponde a esigenze contrattuali reali.
L’errore nasce quando la completezza documentale viene assunta come prova di controllo sostanziale. Un registro dei rischi può essere compilato correttamente e rimanere inutile se la cultura organizzativa scoraggia la segnalazione dei rischi elevati. In quel contesto il sistema raccoglie dati già deformati dalla sanzione sociale: chi segnala viene percepito come colui che crea il problema, e la rappresentazione ufficiale diventa progressivamente più rassicurante e meno vera.
Nessuna clausola può produrre comprensione mediante obbligo. Può imporre la consegna di un rapporto, definire il formato di un’analisi e stabilire la frequenza degli aggiornamenti. La comprensione richiede che qualcuno formuli domande pertinenti, confronti il modello con l’esperienza, riconosca le anomalie e accetti le informazioni scomode.
La buona governance comprende una disciplina documentale proporzionata al contesto. Negli ambienti contrattuali, regolati o ad alta criticità, tracciabilità, ruoli, scadenze e criteri di prova sono necessari. Il problema compare quando il sistema viene giudicato soltanto dalla conformità interna e smette di essere confrontato con la realtà che dovrebbe rappresentare.
I quattro principi offrono un criterio di revisione:
- distinguere il segnale dal rumore rispetto alle decisioni che il sistema deve sostenere;
- calibrare il modello sul contesto organizzativo, tecnico e normativo;
- scegliere una risoluzione coerente con la scala dell’azione e coordinare i livelli operativo e direzionale;
- conservare la catena che collega il dato alla sua interpretazione e alle conseguenze decisionali.
Un flusso di lavoro maturo non pretende di contenere il progetto intero. Costruisce una rappresentazione selettiva, verificabile e correggibile. Sa che ogni mappa sacrifica qualcosa del territorio e rende esplicito che cosa ha scelto di mostrare. La burocrazia comincia quando la mappa viene difesa contro il territorio; la governance comincia quando il territorio può ancora costringere a ridisegnare la mappa.
La specifica che consultai a Sigonella nei primi anni Novanta apparteneva, secondo la mia ricostruzione, alla serie delle NAVFACENGCOM Guide Specifications, identificate dalla sigla NFGS, ed era predisposta per Primavera Project Planner. Non ho reperito una copia pubblica di quella precisa edizione. Il confronto documentale svolto per questo testo utilizza quindi versioni successive delle specifiche UFGS, nelle quali è possibile verificare la continuità di numerosi requisiti e le modifiche intervenute nel tempo.
Le attuali Unified Facilities Guide Specifications sono un’opera congiunta dello U.S. Army Corps of Engineers, del NAVFAC e dell’Air Force Civil Engineer Center. La specifica pertinente è la UFGS 01 32 17.00 20, Cost-Loaded Network Analysis Schedules, pubblicata nel catalogo del Whole Building Design Guide. Le soglie di durata, i rapporti richiesti e alcune attività di verifica variano tra versioni generali, adattamenti regionali e documenti di gara.
© Calogero Bonasia. Tutti i diritti riservati. Questa pagina costituisce la versione di riferimento dell’articolo. Le citazioni e gli altri usi previsti dalla legge sono consentiti con l’indicazione del titolo, dell’autore e della fonte. Al di fuori di questi casi, la riproduzione, la pubblicazione, la distribuzione, la traduzione, l’adattamento o qualsiasi altro riutilizzo del testo, anche privo di finalità commerciali, richiedono la preventiva autorizzazione scritta dell’autore.